Corpi a margine.

“non vogliamo fiori, ma pratiche di decostruzione quotidiane”

.Nella mattina di giovedì 23 novembre Serena Milano direttrice di Slow Food Italia, introduce nel suo discorso dal titolo “Il cibo e la cura dei pascoli per la rigenerazione della montagna”, la necessità di ribaltare il concetto di marginalità che nella narrazione sulle aree definite interne, ha contribuito al marcato isolamento dei territori della montagna. Il modello di sviluppo che dagli anni Cinquanta fino ad oggi ha marginalizzato la collina e le terre alte, concentrandosi sulle città e sulle coste, ha generato un processo di sviluppo economico e sociale diseguale. L’accesso ai diritti fondamentali molto spesso non è garantito a chi vive in queste aree e l’assenza di servizi induce all’abbandono. Al contempo questo flusso verso le città e il grande diviene una giustificazione al taglio di quegli stessi servizi andando ad alimentare una spirale nella quale il numero precede la vita. Ma la realtà va ben oltre le definizioni e la complessità dei territori “fragili” e “marginali” rivela interessanti forme di rivendicazione culturale, creatività e inventiva che sono il frutto delle soggettività che abitano o transitano nei luoghi. In occasione della già trascorsa giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, è doverosa un ulteriore riflessione e ribaltamento della nozione di margine, riconoscendone la struttura profonda che ha invaso non solo i luoghi, ma anche i corpi definendone alcuni più marginali e oppressi di altri. Desideriamo allora ricordare la scrittrice femminista afroamericana bell hooks che in Elogio del margine (1998) racconta lo spazio di marginalità vissuto entro “l’apartheid americano” nel secolo scorso. A partire dalla propria personale esperienza di dolorosa subordinazione, non solo in quanto donna, ma in quanto donna nera e di bassa estrazione sociale, bell hooks invita a ripensare il significato di margine, nel tentativo di rivelarne il valore come “spazio di resistenza”. A proposito scriveva:

“i binari della ferrovia sono stati il segno tangibile e quotidiano della nostra marginalità […] Al di là di quei binari c’era un mondo in cui potevamo lavorare come domestiche, custodi, prostitute fintanto che eravamo in grado di servire. Ci era concesso di accedere a quel mondo, ma non di viverci. Ogni sera dovevamo fare ritorno al margine. […] Vivendo in questo modo – all’estremità – abbiamo sviluppato uno sguardo particolare sul mondo. Guardando dall’esterno verso l’interno e viceversa, abbiamo concentrato la nostra attenzione tanto sul centro quanto sul margine. Li capivamo entrambi. Questo modo di osservare ci impediva di dimenticare che l’universo è una cosa sola, un corpo unico fatto di margine e centro”.

Il margine di cui parla bell hooks è luogo di privazione, che pervade anche le parole, le identità e i modi del vivere quotidiano, ma è soprattutto spazio di contro-narrazione:

“un luogo in cui abitare, a cui restare attaccati e fedeli, perché di esso si nutre la nostra capacità di resistenza. Un luogo capace di offrirci la possibilità di una prospettiva radicale da cui guardare, creare, immaginare alternative e nuovi mondi”.

Con il ribaltamento del punto di vista, il margine diviene un luogo dal quale si assume uno sguardo privilegiato sulla realtà sociale, un luogo dove le soggettività si muovono, agiscono, riflettono e resistono. Lo spazio di resistenza sopraggiunge nella misura in cui occorre opporre resistenza ad una logica dominante che definisce i corpi e i luoghi come marginali e minori, e non come spazi in continua definizione e ridefinizione di sé. Immaginiamo allora un nuovo mondo dove tutti i corpi possano essere liberi da ogni forma di marginalizzazione, oppressione, oggettificazione e subordinazione. Immaginiamo di ribaltare il punto di vista che quotidianamente ancora troppo spesso alimenta una cultura patriarcale, diseguale e violenta. Facciamolo ascoltando le donne, assumendo nel nostro quotidiano la loro rabbia e il loro sguardo.

Alessia Martella