
Come ogni 4 anni, anche quest’anno, ci ri-troviamo per dare voce alla nuova classe dirigente di Slow Food Italia.
Una sede prestigiosa ci ospita, quella della FAO a Roma, e per quest’occasione mi è stato chiesto di fare un intervento per parlare del progetto formativo Oltreterra nuova economia per la montagna e della anarchica avventura che ripetiamo annualmente da 11 anni, sostenuta da sempre dal Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna, da Romagna Acque, e realizzata in collaborazione con Legambiente, AlberItalia, UNCEM, SISEF, PEFC, CREA, FSC e tante altri Enti ed Associazioni che credono nelle potenzialità delle Terre Alte presenti nel nostro paese.
Riporto, di seguito, quanto detto.
Dodici anni fa Slow Food ha avuto una grande intuizione, dare vita agli Stati Generali degli Appennini. In quella occasione coniammo il termine “uomo consapevole” di quanto quotidianamente lo circonda.
Negli undici anni seguenti abbiamo dato vita alIe giornate formative di Oltreterra nelle quali abbiamo sempre lavorato per dare risposta alle richieste che venivano da chi la montagna la vive.
In montagna abbiamo una biodiversità straordinaria da tutelare nelle sue diverse componenti ambientali, agricole, selvicolturali e, soprattutto, umane.
Solo se queste componenti, interagendo tra loro, continueranno a garantire l’esistenza di comunità vive in montagna, potremmo dire di essere riusciti a raggiungere un grande obiettivo.
Avere Comunità vive in montagna significa riuscire a presidiare quelle economie agricole e selvicolturali tradizionali, secolari, sviluppatesi e affinatesi attorno a colture e prodotti, come il castagno o l’abete, che hanno permesso a queste Comunità di vivere per secoli, e che oggi sono strategiche per tutto il paese riducendo il rischio di alluvioni, garantendo acqua buona e aria più pulita.
Se questo, come sta accadendo, non avviene, abbiamo l’obbligo di capirne i motivi e di trovare forme di sostegno in grado di mantenerle in vita pagando loro il servizio che svolgono per tutti noi.
Quando si parla di Capitale Naturale, di Servizi Ecosistemici dobbiamo pensare a tutti gli elementi, materiali e immateriali, di cui è ricca la nostra storia di montanari, patrimoni che stiamo lentamente perdendo. Antichi metodi di gestione dei castagneti e di coltivazione dei boschi, antichi sapori di prodotti alimentari ormai dimenticati, prodotti agricoli sempre più rari per non parlare di storie di legni seclolari ormai sepolti nell’ignoranza di un falso ambientalismo che nasconde il proprio volto dietro lo sfruttamento di paesi meno tutelati del nostro.
Slow Food deve essere precursore e sostenitore di una nuova politica dove l’agroecologia e la gestione forestale attiva diventano Servizi Ecosistemici in grado di remunerare le popolazioni che ancora in montagna vivono e vogliono continuare a farlo.
Sentire falsi profeti raccontare che i redditi derivati da antichi lavori possono essere sostituiti da quelli ottenuti dal turismo, porta rapidamente alla cancellazione di patrimoni culturali secolari che invece possono diventare Servizi Ecosistemici solo se strettamente correlati alla presenza di attività economiche in grado di mantenere comunità montane vive.
I pascoli, il bosco, la foresta sopravvivono sicuramente anche senza l’uomo, ma perdere la fantastica relazione creatasi nei secoli fra uomo e montagna significa perdere un patrimonio culturale di secolari tradizioni che i nostri figli dovranno ricostruirsi con la fatica. UN PATRIMONIO CHE E’ STATO COSTRUITO DAI NOSTRI AVI E CHE ABBIAMO EREDITATO, MA CHE PURTROPPO STIAMO CONSAPEVOLMENTE SPERPERANDO.
Dobbiamo essere tutti contadini montanari in grado di tornare a tutelare la biodiversità di cui siamo attori oltre che semplici componenti. Che parte svolgere in questo ritorno al futuro, come sempre, tocca noi deciderlo e, soprattutto, attuarlo.
Gabriele Locatelli – Oltreterra
