Pascoli, aree aperte e altre storie. Strategie integrate per una coesistenza necessaria


Nel tavolo dedicato ai pascoli e alle aree aperte quest’anno si è affrontato in particolare un punto sul quale si è dibattuto marginalmente nell’incontro dell’anno passato: l’aumento di predazioni a causa della fauna selvatica che sta creando tensioni e scoraggiamento tra gli allevatori della montagna e delle aree collinari italiane e le possibili strategie per affrontare questa situazione. 

Distinzione tra tipi di allevamento e realtà territoriali diverse

L’allevamento assume forme e significati molto diversi nelle varie aree montane e rurali del nostro paese. Nell’Appennino, storicamente legato alla pecora e alla lana, è sempre stato centrale il ruolo dell’uomo come custode diretto del gregge. Oggi in alcune aree alpine, spesso si tende ancora a lasciare le vacche, gli ovini e in alcuni casi i cavalli in alpeggio senza guardiania e anche senza recinzioni. Sono previsti indennizzi, ma gli allevatori chiedono di poter intervenire diversamente. La diversità degli approcci e delle pratiche di allevamento sottolinea la necessità di adattare le soluzioni ai diversi contesti locali.

Ci troviamo di fronte a un momento in cui le posizioni tra chi vuole eliminare i selvatici e chi ne sostiene la protezione assoluta sono sempre più polarizzate. In Italia spesso le amministrazioni a non vogliono affrontare direttamente la questione, scegliendo di non investire in formazione, che è l’aspetto forse più carente, o in strumenti di prevenzione alternativi ai semplici contributi per le recinzioni, e nella gestione proattiva. Questa divisione porta a incomprensioni che complicano la possibilità di costruire un dialogo efficace. Eppure, una convivenza è non solo possibile ma necessaria. Serve un confronto costruttivo, che tenga conto delle peculiarità di ciascun territorio e delle realtà specifiche degli allevatori.

Ciascun territorio ha le proprie sfide, e comprendere queste differenze è essenziale per trovare soluzioni.

Il ruolo delle razze locali e della gestione del territorio

Negli anni, molte razze locali che ben si adattavano agli spostamenti e alla transumanza sono state sostituite da razze più redditizie e meno esigenti in termini di movimento, perdendo però in qualità. Si è persa così anche la funzione delle razze autoctone nel mantenere in equilibrio gli ambienti in cui si erano selezionate, in cui svolgevano un ruolo cruciale nel preservare la biodiversità e la struttura dei paesaggi. Questo vale sia per gli ovi-caprini sia per i bovini. L’abbandono delle razze autoctone porta con sé anche la perdita del ruolo dell’uomo come custode attivo del territorio, con conseguenze per gli ecosistemi montani.

Questo cambiamento ha un impatto sulla sostenibilità a lungo termine delle nostre montagne: razze locali, ben gestite, sono un presidio di biodiversità e un valore per il paesaggio, indispensabili per praticare il pascolamento. Dobbiamo riflettere su quanto sia importante mantenere queste razze al pascolo, utilizzando al meglio le risorse locali e contrastando così il rischio di abbandono dei territori montani. Il presidio del territorio non si può fare solo con recinzioni o cani da guardiania. C’è bisogno di una presenza umana attiva e consapevole. Per costruire un equilibrio tra allevamento e tutela della fauna, servono politiche chiare, in grado di valorizzare le piccole realtà.

Sostenere una rete di allevatori consapevoli

Per le nuove generazioni di pastore e pastori è difficile trovare metodologie e insegnanti da cui poter apprendere le competenze necessarie. Uno dei modi per affrontare questi problemi è favorire la creazione di una rete di allevatori consapevoli e sensibili al tema della convivenza. Il loro ruolo è cruciale per la cura delterritorio.

Scuole di pastorizia come quella del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi sono un esempio prezioso di formazione pratica e consapevole: offrono competenze per affrontare le sfide del mestiere e contribuiscono a costruire una rete di allevatori attenti alla gestione sostenibile del territorio e alla convivenza con la fauna selvatica.

Guardare al futuro

Infine, dobbiamo investire in cultura e in un accesso più equo alla terra. Dobbiamo sostenere le giovani generazioni che si avvicinano alla pastorizia, aiutandole a comprendere le difficoltà e le potenzialità di questa professione.

Gestire la fauna selvatica richiede misure concrete per ridurre i danni e supportare efficacemente gli allevatori, come l’impiego di cani adeguatamente addestrati, la costruzione di ricoveri sicuri e l’installazione di recinzioni idonee. Le risorse del Programma di Sviluppo Rurale (PSR) sono presenti, ma non includono supporti mirati per questioni fondamentali come la guardiania delle greggi. Sarebbe necessario migliorare questi strumenti e prevedere sgravi fiscali o contributi specifici per coprire i costi del personale dedicato alla sorveglianza e protezione degli animali.

Il monitoraggio della fauna selvatica è carente, nonostante le regioni siano tenute a svolgerlo per raccogliere dati essenziali sulle popolazioni di animali selvatici. Questa mancanza limita la capacità di gestione e di intervento su problematiche legate alla convivenza. Anche i Comuni hanno un ruolo cruciale nella gestione del ciclo dei rifiuti, che rappresentano un potente attrattore per gli orsi, spingendoli a frequentare i centri abitati. Una gestione efficace dei rifiuti è quindi fondamentale per limitare il fenomeno degli avvicinamenti degli orsi alle aree urbane. Diversamente dalle problematiche poste da altre specie, come il lupo, che essendo un predatore genera criticità di altra natura.

I Comuni inoltre possono introdurre misure premianti o penalizzanti nella gestione delle aree demaniali concesse agli allevatori, incentivando pratiche sostenibili e penalizzando chi non rispetta gli impegni di gestione attiva del territorio. Per aiutare le nuove generazioni a promuovere una gestione attiva del territorio, si potrebbero introdurre premialità che favoriscano nuove installazioni e l’accesso alle risorse. Esistono strumenti utili, come i bandi, che andrebbero migliorati, ad esempio assegnando più punti a giovani pronti a investire nel settore o a chi gestisce bene i pascoli.

Una corretta comunicazione è fondamentale: può costruire ponti tra posizioni diverse e creare consapevolezza; tuttavia, se mal gestita, rischia di alimentare incomprensioni e polarizzazioni, rendendo ancora più difficile il dialogo tra allevatori, comunità e amministrazioni. In un tema complesso come la convivenza tra allevamento e fauna selvatica, la comunicazione gioca un ruolo cruciale nell’evitare che le sfide si trasformino in conflitti insormontabili.

Tutto questo ci parla della necessità di un approccio culturale condiviso. Solo attraverso il dialogo e una gestione oculata possiamo immaginare una convivenza sostenibile.

In conclusione, chiediamoci qual è la nostra priorità: una montagna viva, dove l’uomo convive con il lupo e l’orso, o una montagna abbandonata, dove l’uomo rinuncia alla sfida di prendersi cura del proprio territorio.