
La crisi climatica in corso è la più grave minaccia che ci troviamo ad arontare, ed è una ulteriore crisi che si abbatte sui territori montani già segnati dalla marginalità economica, pervasi dalla crisi demografica e alle prese con le fragilità territoriali (idrogeologica e sismica).
Bisogna arontare con decisione queste emergenze perché la montagna ha valori da difendere da una crisi che sta modificando i territori con conseguenze gravi sulla salubrità degli ecosistemi e di tutte le specie che li popolano, in primis la specie umana.
L’aumento dei rischi naturali conseguenti alla crisi climatica (dissesto idrogeologico, eventi estremi, incendi, riduzione del permafrost, arretramento dei ghiacciai…) favoriscono la perdita di biodiversità e dei servizi ecosistemici. Arontare la crisi climatica può essere l’opportunità per immaginare un futuro per la montagna perché è un territorio decisivo per attuare strategie di adattamento e mitigazione e per attuare la transizione ecologica. La montagna deve far valere di più le sue risorse che coprono il 60 % del territorio e interessano quasi 4mila comuni dove risiedono circa 13milioni di persone, ma che pesano troppo poco ai fini elettorali.
I punti emersi dal Tavolo:
1. Nei territori montani bisogna incentivare politiche di vera integrazione per favorire il neopopolamento di chi decide di trasferirsi in luoghi più salubri, ma soprattutto per i nuovi italiani che scommettono nell’accoglienza nelle piccole comunità in cui c’è bisogno di lavoratori e di assistenti alle persone e di bambini che rianimino luoghi troppo silenziosi.
2. Occorre definire in ogni valle opportunità e numeri di accoglienza, anche sulla base di case vuote e accessibili. Il dialogo con Compagnia di Sant’Egidio, ad esempio, o altre organizzazioni, può permetterci di far riferimento in modo stabile ai corridoi umanitari, evitando poi di lasciare gestione organizzazione direttamente ai Sindaci, evitando accoglienza occasionale e temporanea.
3. Serve una organizzazione dei comuni e una governance territoriale adeguata alle sfide, perché le comunità da sole non sono in grado di fornire risposte, ma servono invece aggregazioni territoriali consapevoli della sfida dell’accoglienza e delle opportunità che questa può orire alle comunità locali.
4. Tutte le Regioni definiscano gli “ambiti territoriali ottimali” e supportino le Unioni Montane di Comuni, a vantaggio del raorzamento della governance territoriale, anche volta alla pianificazione forestale.
5. La montagna ha bisogno di attenzioni e di aiuti mirati, ma non di assistenza. Servono più strategie orizzontali e condivise realmente con le comunità (non bastano solo i sindaci) anziché verticalizzazioni dettate da scelte a tavolino.
6. I territori montani hanno bisogno di fondi diretti e continuativi attraverso politiche di perequazione territoriale che riconoscano i servizi ecosistemici, soprattutto attuando la legge 221/2015, e le Green Communities.
7. La montagna, con coraggio e consapevolezza, deve invertire il racconto della mancanza di opportunità e orire servizi per le comunità e le persone, e puntare sulla crescita dei servizi per l’infanzia e dei giovani investendo senza riserve in asili nido di comunità, biblioteche e scuole di musica anche allo scopo di diventare territori attrattivi per neopopolanti.